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Artisti che hanno abbandonato il successo negli anni ’70: le scelte di vita che hanno sorpreso tutti

📅 20 Agosto 2026✍️ di Roberta Magnasco⏱️ 3 min di lettura

Gli anni Settanta furono decennio di scelte radicali nel mondo della musica rock. Alcuni artisti, proprio quando il successo bussava alla porta, decisero di voltarsi indietro. Non per paura, ma per coerenza. Per ricerca di senso. Per rifiuto consapevole di diventare macchine da soldi.

Quando il successo diventa una prigione

Syd Barrett dei Pink Floyd incarnò il paradigma di questa fuga. Nel 1968 la band londinese era già fenomeno musicale globale. Barrett, genio compositivo e voce caratteristica, avrebbe potuto dominare i palchi mondiali per decenni. Invece nel 1970 si ritirò. Non per malattia, sebbene i problemi psichici fossero reali, ma per scelta deliberata di sottrarsi al meccanismo dell’industria discografica.

Tornò a Cambridge, nella casa dei genitori. Registrò due album solisti di bellezza disarmante, poi il silenzio. Totale. Volontario. Vent’anni dopo dirà che quella scelta gli salvò la vita, che rimanere nel gioco lo avrebbe consumato.

Il fenomeno non era isolato. La Contracultura degli anni Sessanta aveva seminato dubbi sul sistema. Negli anni Settanta molti artisti raccoglievano quel seme: denaro e fama non equivalevano a felicità.

Il ritiro del geniaccio svizzero

Pierre Moerlen guidava Gong, banda franco-inglese che aveva appena sfondato con l’album “Flying Teapot”. Musica psichedelica, testi cosmici, una community di fedeli in crescita esponenziale. Nel 1975, mentre tournée e contratti si moltiplicavano, Moerlen decise: basta rock, voglio suonare solo fusion jazz.

Abbandonò il progetto che aveva creato. I fan furono scioccati. La critica lo diede per pazzo. Lui no: semplicemente aveva capito che quella strada non era più la sua. Passò decenni a suonare in piccoli club, senza fama, senza denaro pubblicitario.

Morte nel 2005, in relativa oscurità. Eppure in interviste sparse dichiarava di non pentirsi. Di aver scelto la coerenza sulla carriera.

L’asceta e il folk rock

John Martyn aveva tutto: talento riconosciuto, contratti importanti, la BBC che lo trasmetteva regolarmente. Nei primi anni Settanta era considerato uno dei migliori chitarristi britannici. Poteva essere il nuovo Folk King, il successore di un’epoca.

Invece scelse di registrare come gli pareva, quando gli pareva. Rifiutava interviste, concerti, apparizioni televisive. Non per timidezza, ma per rifiuto attivo dello spettacolo. Registrava album straordinari in quasi completa solitudine, poi scompariva dai radar per due anni.

Questa strategia—o filosofia—lo mantenne ai margini della celebrità mainstream. Al tempo stesso lo preservò dall’usura che consumò tanti contemporanei. I suoi dischi degli anni Settanta rimangono pietre miliari della musica inglese, proprio perché creati in assoluta libertà.

Ragioni nascoste, motivazioni esplicite

Cosa spinse questi artisti? Alcuni citano il consumo di droghe pesanti, l’ansia da performance, l’alienazione della vita turistica. Barrett stesso soffrì depressione severa. Ma dietro c’era anche una scelta etica: rifiuto del sistema capitalista della musica, ricerca di autenticità perduta, desiderio di non diventare prodotto commerciale.

Gli anni Settanta furono fertile terreno per questo tipo di riflessioni. Le utopie sessantotte si infrangevano. Molti musicisti, cresciuti nella Contracultura, vedevano il compromesso commerciale come tradimento dei principi iniziali. Scegliere povertà e oscurità diventava forma di resistenza.

Non tutti questi artisti soffrirono nel loro ritiro. Alcuni trovarono pace profonda. Smisero di competere, di inseguire record chart, di corrompersi con le mode discografiche.

Eredità silenziosa

Oggi i loro album vengono riscoperto da nuove generazioni. Dischi registrati in libertà totale, senza compromessi sonori né pressioni discografiche. Forse proprio per questo mantengono potenza intatta.

La loro scelta—controcorrente, incompresa al momento—sembra meno eccentrica adesso. In era di streaming e algoritmi, il rifiuto della macchina pubblicitaria appare quasi saggio.

Roberta Magnasco

Roberta ai tempi liceali scriveva fanzine ciclostilate sul cantautorato genovese. Ha viaggiato molto, partecipando a raduni folk-rock e seguendo tour storici in Italia e Francia, documentando ogni esperienza in diari ormai logori.