HomePlaylist d'Epoca › Playlist rock femminile anni ’70: le voci di donne che hanno segnato la scena e meritano nuova attenzione
Playlist d'Epoca

Playlist rock femminile anni ’70: le voci di donne che hanno segnato la scena e meritano nuova attenzione

📅 23 Agosto 2026✍️ di Flavia Giraldi⏱️ 5 min di lettura

Le ho ascoltate da ragazza nelle cassette del furgone di mio padre, roadie per cantautori che attraversavano l’Italia negli anni Settanta. Tra una sala prove e un festival, ho imparato che certe voci non chiedono permesso: rompono il silenzio, ridisegnano i confini e restano. Oggi quelle voci femminili del rock ’70 meritano una nuova attenzione: una playlist che le metta in dialogo con il presente, senza nostalgie, ma con la lucidità di chi cerca radici e scoperte.

Quali sono le rocker degli anni ’70 che dovrei conoscere subito?

Patti Smith, Suzi Quatro, Heart, The Runaways, Stevie Nicks con i Fleetwood Mac e Debbie Harry con i Blondie sono i varchi più rapidi per entrare nel rock anni ’70 al femminile. Ognuna ha ridefinito un ruolo: poetessa-punk, bassista glam, sorelle del riff, ribellione adolescente, stregoneria pop-rock, ironia new wave. Insieme disegnano una mappa credibile e ancora attuale.

Patti Smith ha fuso poesia e attitudine punk aprendo la strada al DIY culturale. Suzi Quatro ha normalizzato la figura della donna strumentista leader con un basso al collo e groove granitici. Ann e Nancy Wilson degli Heart hanno portato il virtuosismo chitarristico nel mainstream, demolendo stereotipi di palco. Le Runaways hanno trasformato la rabbia adolescenziale in linguaggio globale. Stevie Nicks ha innestato misticismo e storytelling sulle trame pop-rock dei Fleetwood Mac. Debbie Harry, con i Blondie, ha anticipato contaminazioni e ironia urbana che avrebbero segnato il cambio di decennio.

Perché il loro contributo è stato sottovalutato all’epoca?

Perché l’industria era pensata da e per uomini: programmazioni radiofoniche, contratti e uffici stampa filtravano cosa dovesse passare e come. Le narrazioni critiche premiavano generi e figure considerate “serie”, spesso identificate al maschile. Il risultato: molte pioniere vennero archiviate come eccezioni, non come riferimenti.

Nei formati radiofonici AOR le chitarre femminili faticavano più ad arrivare in heavy rotation, e in molte etichette i ruoli decisivi restavano maschili, dal produttore al responsabile marketing, dentro una Industria musicale poco incline a scommettere su modelli non conformi. Intanto la Seconda ondata del femminismo rinegoziava diritti e rappresentazioni, ma l’onda culturale impiegava tempo a tradursi in scelte editoriali e investimenti. Così alcune artiste finirono in segmenti “di nicchia”, malgrado i numeri e l’influenza.

Quali brani non possono mancare nella playlist?

Una playlist essenziale tiene insieme canzoni-simbolo e traiettorie sonore diverse: punk-poesia, glam, hard rock, new wave, post-punk, art pop. Ecco una selezione ragionata, capace di raccontare stili e contesti, ancora perfetta per chi ascolta oggi.

  • Patti Smith – “Because the Night” (1978): urgenza romantica e potenza collettiva.
  • Heart – “Barracuda” (1977): riff tagliente, orgoglio e fuoco vocale.
  • Suzi Quatro – “Can the Can” (1973): glam serrato a colpi di basso.
  • The Runaways – “Cherry Bomb” (1976): manifesto di ribellione adolescente.
  • Fleetwood Mac (Stevie Nicks) – “Rhiannon” (1975): sensualità tenebrosa e dinamica impeccabile.
  • Blondie – “One Way or Another” (1978): new wave nervosa, gancio indimenticabile.
  • X-Ray Spex (Poly Styrene) – “Oh Bondage Up Yours!” (1977): sarcasmo e granitico anti-conformismo.
  • Kate Bush – “Wuthering Heights” (1978): visione autoriale e dramma in alta quota.
  • Bonnie Raitt – “Runaway” (1977): slide e cuore blues-rock.
  • Linda Ronstadt – “You’re No Good” (1974): potenza radiofonica e controllo melodico.
  • Jefferson Starship (Grace Slick) – “Miracles” (1975): velluto psichedelico, carisma ipnotico.
  • Siouxsie and the Banshees – “Hong Kong Garden” (1978): taglio post-punk, eleganza spigolosa.
  • Marianne Faithfull – “Broken English” (1979): ferite aperte e modernità scura.
  • Tina Turner – “Nutbush City Limits” (1973): boogie elettrico e autobiografia compressa.

Come posso ascoltarle oggi con il miglior suono e il giusto ordine?

Cerca le versioni rimasterizzate ufficiali e usa cuffie o diffusori che rispettino la gamma dinamica. Ordina i brani per flusso d’energia: dall’apertura accogliente alle punte di impatto, chiudendo con tracce più scure e contemplative. Così la playlist respira e racconta una storia.

Un ordine possibile parte dall’abbraccio melodico di “Rhiannon”, accelera con “Can the Can” e “Barracuda”, apre il fronte punk con “Cherry Bomb” e “Oh Bondage Up Yours!”, traghetta nella brillantezza urbana di “One Way or Another”, innalza la temperatura emotiva con “Because the Night”, poi disegna le zone d’ombra e di fascino con “Wuthering Heights”, “Hong Kong Garden” e “Broken English”. Per la resa: attiva la normalizzazione del volume per evitare salti tra master diversi, limita il crossfade a 2–3 secondi per non tagliare gli attacchi, e se ascolti in vinile prediligi stampe pulite anni ’70 o ristampe curate.

Che storie raccontano queste canzoni e perché parlano ancora a noi?

Raccontano desiderio, autonomia, conflitto con gli stereotipi e invenzione di nuove possibilità. Sono scritte e interpretate con urgenza, ma reggono perché sanno stare nella forma canzone senza perdere complessità. Oggi parlano a chiunque cerchi identità sonore forti e visioni autoriali.

“Barracuda” nasce come reazione a un episodio di sessismo nell’industria, e quel riff è un colpo di porta sbattuta in faccia ai pregiudizi. “Because the Night” arriva da un brano lasciato in sospeso da Bruce Springsteen: Patti Smith lo riscrive, lo fa suo e lo trasforma in rito collettivo tra palco e platea. “Cherry Bomb” brucia di velocità giovanile, ma dietro c’è anche il lato problematico del business: management aggressivo e dinamiche che oggi discuteremmo con più consapevolezza. “Wuthering Heights” dimostra che una visione totalmente autrice può conquistare le classifiche: a 19 anni Kate Bush diventa la prima donna a raggiungere il n.1 UK con un pezzo scritto di suo pugno, e alza l’asticella per tutte. “Oh Bondage Up Yours!” usa sarcasmo e frastuono per smontare consumismo e ruoli imposti: una risata tagliente, e poi si riparte.

In controluce, scorrono mestieri e spazi: studi, club, emittenti, riviste. La forza è come tengono insieme disciplina artigianale e esplosione emotiva: canzoni in cui ogni colpo di rullante, ogni linea di basso e ogni frase vocale hanno una ragione precisa, eppure sembrano nate di getto. È lì che queste tracce restano nuove.

Domande rapide

Posso ascoltarle con i miei figli? Sì: alcuni testi sono crudi, ma il contesto è prezioso per parlare di musica e libertà.

Ci sono versioni live consigliate? Patti Smith al CBGB e gli Heart nei set ’77–’80 offrono energia e letture diverse dai singoli.

Meglio ordine cronologico o per mood? Per mood, se vuoi un viaggio emotivo; cronologico se cerchi evoluzione storica.

Artiste italiane da affiancare? Gianna Nannini con “America” (1979) aggiunge una prospettiva nostrana rock e senza filtri.

Vinile o streaming? Entrambi: lo streaming per scoprire, il vinile per profondità e rituale d’ascolto.

Flavia Giraldi

Cresciuta tra cassette e chitarre acustiche, Flavia ha ereditato la passione dal padre, roadie per vari tour di cantautori negli anni '70. Ha trascorso molte estati tra una sala prove e un festival, raccontando storie di musica e rivoluzione.