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Grandi chitarristi del rock italiano anni ’70: le tecniche che hanno cambiato il modo di suonare

📅 10 Agosto 2026✍️ di Roberta Magnasco⏱️ 3 min di lettura

I grandi chitarristi del rock italiano degli anni ’70 non hanno solo suonato: hanno inventato un linguaggio nuovo. Hanno preso il blues americano e l’hard rock inglese, li hanno fusi con l’energia del sud Europa, creando tecniche e sonorità che ancora oggi influenzano generazioni di musicisti. Tre nomi su tutti: Enzo Jannacci, Gianni Morandi e soprattutto la rivoluzione silenziosa che arrivava dalle pedaliere e dai transistor.

La rivoluzione del fuzz e della distorsione controllata

Negli anni ’70 la chitarra elettrica italiana scopre la distorsione non come rumore casuale, ma come strumento narrativo. Enzo Farinacci e Tony Esposito non cercavano il grido sfrenato del rock britannico. Cercavano il sustain, la capacità di mantenere la nota, di allungarla fino a farla diventare quasi umana.

Questo cambio di prospettiva arriva dalle pedaliere Effetti per chitarra|Effetto musicale. Non erano ancora gli effetti digitali di oggi. Erano fuzz box artigianali, amplificatori spinti al limite, cavi lunghi che permettevano di muoversi. La chitarra smette di stare al suo posto e inizia a ballare.

Le corde si strappano più spesso. I musicisti cominciano a usare plettri più spessi. Nasce l’esigenza di nuovi accordi, di nuove posizioni sulla tastiera. La ricerca della saturazione giusta diventa un’ossessione estetica.

Il fingerstyle e la tecnica della mano destra

Mentre il rock d’oltrealpe insisteva su power chord e plettro, la tradizione italiana non dimentica le radici acustiche. I grandi nomi come Eugenio Finardi e i primi esperimenti folk-rock mostrano come la Tecnica del fingerpicking|Fingerpicking – suonare pizzicando con le dita anziché con il plettro – possa convivere perfettamente con l’amplificazione.

Questa tecnica apre mondi. Permette dinamiche diverse, sfumature, la possibilità di suonare bassi e melodia contemporaneamente. Non è duttilità: è ricerca di profondità.

Le sessioni di studio divengono lunghe. I musicisti sperimentano layering di chitarre acustiche ed elettriche. Nasce una densità sonora nuova, una stratificazione che racconta storie più complesse rispetto al boom della chitarra singola.

L’armonia come territorio inesplorato

La vera rivoluzione non è tecnica ma armonica. I chitarristi italiani degli anni ’70 si allontanano dalla triade maggiore-minore. Cercano accordi sospesi, noni, undicesimi. Scoprono che una nota fuori posto può essere il colore giusto.

Questo accade perché il rock italiano cresce in stretta connessione con il jazz e il cantautorato. Non ci sono confini rigidi tra i generi. Un musicista suona Chet Baker di mattina e Black Sabbath di sera, e questi mondi si mescolano nella sua mente.

La ricerca armonica porta a rethinkare il ruolo della chitarra: non è più solo il motore ritmico della band. Diventa voce solista con funzione melodica autonoma. Cambia la disposizione degli strumenti in sala incisione. Cambia la mixage.

Crescono i giovani chitarristi che studiano musica classica e poi abbandonano il conservatorio per la chitarra elettrica. Portano con loro la pratica della lettura a prima vista, la consapevolezza armonica, l’idea che ogni nota debba avere un significato musicale.

Questi anni creano un modello che resisterà a decenni di mode. È il modello di una chitarra che pensa, che dialoga, che non urla solo per urlare. È il modello che ancora oggi riconosciamo quando ascoltiamo un grande chitarrista italiano: c’è sempre quella tensione tra il distruttivo e il letterario, tra l’amplificatore acceso e il filo diretto alla sensibilità dell’ascoltatore.

Roberta Magnasco

Roberta ai tempi liceali scriveva fanzine ciclostilate sul cantautorato genovese. Ha viaggiato molto, partecipando a raduni folk-rock e seguendo tour storici in Italia e Francia, documentando ogni esperienza in diari ormai logori.