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Influenze folk nei grandi artisti anni ’70: come hanno arricchito la scena italiana con nuove sfumature

📅 28 Agosto 2026✍️ di Valeria Ponti⏱️ 5 min di lettura

Le prime sere d’autunno, quando l’aria in collina sapeva di legna e mare, mio padre apriva il salotto a jam improvvisate. Chitarre scordate di poco, un violino con le corde consumate e spartiti pieni di ditate: lì ho imparato che il folk, più che un genere, è un modo di stare nella musica. Negli anni ’70 quell’energia entrò con decisione nella casa dei grandi artisti italiani, portando nuove sfumature a canzoni che ancora oggi suonano vive, viscerali, nostre.

Quando il folk ha bussato alle porte dei grandi

La stagione fu preparata dal folk revival, che in Italia si intrecciò al cantautorato: le ricerche sul canto di tradizione, le osterie piene, i teatri di provincia pieni di cori. I cantautori ascoltavano, raccoglievano, filtravano. Francesco Guccini legò arpeggi e narrazione lunga, con brani che reggono la fiamma attorno a cui ci si racconta. Fabrizio De André puntò dritto alla ballata, prima acustica e poi arricchita da archi e flauti che ne esaltavano il respiro popolare, fino all’accensione live a fine decennio con i musicisti rock più duttili. Francesco De Gregori indossò con naturalezza la camicia del racconto folk, armonica al collo e fingerpicking teso, senza mai cadere nell’imitazione pedissequa.

Accanto a loro, Angelo Branduardi fece da ponte tra antiche danze e sensibilità pop, riportando violini, ghironde e tempi dispari nell’orecchio comune. Eugenio Bennato e la Nuova Compagnia di Canto Popolare spostarono l’asse verso il Sud, con tamburelli e voci a risposta che entrarono, di sponda, anche nella tavolozza dei “grandi”. E poi la PFM, con un violino che sapeva farsi folk in un contesto rock: non era un travaso letterale, ma un lessico condiviso che molti presero in prestito.

Strumenti e arrangiamenti: cosa ascoltare

Il folk degli anni ’70 in area cantautorale italiana si riconosce in dettagli concreti. Le chitarre acustiche davanti a tutto, spesso in arpeggio stretto, con basso alternato per dare respiro al tempo. Il violino come controcanto, non protagonista fisso ma lama luminosa tra una strofa e l’altra. La fisarmonica e l’organetto chiamati a colorare, il mandolino a punteggiare code e strofe. Quando disponibile, il bouzouki o la mandola smussavano il confine tra Mediterraneo e Appennino.

In studio si usavano percussioni asciutte: un tamburello a pelle naturale, un battito di mani registrato vicino al microfono, piccole campanelle. Poca riverberazione artificiale, dinamiche vive. È questo respiro che trasforma un brano di autore in qualcosa che sembra appartenere a una piazza vera.

Tre ascolti mirati per cogliere la svolta

  • Francesco Guccini – “Radici” (1972): chitarre in primo piano, lingua narrativa, costruzione da ballata. Ascoltate il lavoro di arpeggio e come l’armonia lascia spazio al racconto.
  • Angelo Branduardi – “La pulce d’acqua” (1977): violini e strumenti antichi innestati in canzoni memorabili. Notate i tempi composti e la danza che sostiene la melodia.
  • Fabrizio De André con PFM – “In concerto” (1979): il dialogo tra ballata e band rock. Sentite come il violino e il flauto ritraducono la forma-canzone in chiave popolare contemporanea.

Dal vivo: il folk come linguaggio comune

Mi è capitato di recente, a Fiesole, durante una rassegna serale in un chiostro, di risentire quel respiro: un duo chitarra-violino ha riaperto “Il pescatore” con un’introduzione di pizzicati e un tamburello appoggiato sul ginocchio, e improvvisamente il pezzo è tornato piazza, corale, senza perdere la sua forza autorale. Un lettore poi mi ha chiesto come replicarlo in duo: gli ho suggerito di dedicare dieci minuti, in prova, solo al ritmo degli accenti della voce, prima ancora degli accordi. Il folk vive lì, nel passo condiviso.

In Toscana, da ragazza, ho ricevuto spartiti originali degli anni ’70 passati di mano in mano tra busker: indicazioni scarne, tre accordi tracciati a lapis e due parole-chiave per i ritornelli. Quel poco bastava: nel folk la canzone cresce sull’intesa, non sull’incollare strati di suoni. Portate questa lezione nei vostri arrangiamenti: togliete, non aggiungete.

Consigli operativi per suonare e per ascoltare

Se suonate: partite dalla voce nuda e da un arpeggio in 4/4 con basso alternato. Aggiungete solo uno strumento mobile (violino o fisarmonica) come risposta alla melodia. Il tamburello deve respirare, mai coprire. Provate a variare il capotasto tra secondo e terzo tasto per trovare una tessitura più calda e vicina al registro parlato.

Se registrate in casa: microfoni vicini ma non invadenti, stanza asciutta, zero compressione in tracking; il carattere del folk sta nelle micro-differenze dinamiche. A fine ripresa, se serve, un filo di riverbero a molla o una stanza corta può portare tutto avanti senza togliere grana.

Se ascoltate per capire: fate A/B tra versioni studio e live fine ’70. Noterete come i brani guadagnano “aria” proprio nelle parti che sembrano più semplici. Leggete i crediti: strumenti e arrangiatori raccontano l’anima folk più di mille etichette di genere.

Un appunto pratico sui diritti: quando lavorate su canti di tradizione o ne citate frammenti, verificate l’inquadramento presso la SIAE o se si tratta di materiale in pubblico dominio. È un passaggio rapido che evita grane e rende giustizia alle fonti.

Errori tipici da evitare

  • Confondere il folk con “più cose” nell’arrangiamento: funziona l’opposto, si toglie finché resta l’osso.
  • Appiattire tutto con compressione e click invasivo: lasciate che il tempo respiri, con micro-scivolamenti naturali.
  • Trascurare il dialetto o l’accento locale: anche un solo verso colorato può radicare il brano.
  • Usare il violino come solo decorazione: dategli frasi di risposta alla voce, brevi e necessarie.

Perché quella sfumatura conta ancora oggi

Le influenze folk hanno fatto da lievito alla canzone italiana degli anni ’70: hanno dato tempo e spazio, strumenti e respiro. Hanno insegnato che la melodia non è un gioiello da vetrina ma un oggetto d’uso, che passa di mano in mano e si scalda con la pelle. Oggi, quando riascolto quei dischi o quando incontro giovani musicisti sulle stesse colline dove sono cresciuta, vedo la stessa urgenza: riportare la canzone a misura di voce, di passo, di piazza. È un gesto semplice. Ed è il più difficile da fare bene.

Se volete iniziare subito: scegliete un brano autore degli anni ’70 che amate, smontatelo fino a chitarra e voce, e poi rimettetelo in piedi con un solo colore in più. Un violino, un mandolino, un tamburello leggero. Due prove oneste, uno spazio asciutto, un filo di silenzio attorno. Il resto verrà da sé.

Valeria Ponti

Da bambina ascoltava le jam del padre con amici chitarristi. Valeria ha vissuto in Toscana tra colline e musicisti di strada che le hanno passato spartiti originali degli anni ‘70. Scrive con nostalgia di quegli incontri improvvisati.