Un’esperienza emozionante, lisergica, a suo modo storica – e non solo per il luogo in cui si è palesata. Resa perfetta dal sapiente uso del ProTools (perdonate l’uccisione feroce della poesia, ma è così). Qualche malpensante si ostinerà a dire “un concerto per pochi, un concerto per ricchi, un concerto che non si sarebbe dovuto fare” e invece dovrebbe tacere, perché 300 euro, è vero, non ce l’hanno tutti per sentire un evento live, ma Gilmour a Pompei, in un contesto di enorme rilevanza storico-archeologica, non capiterà mai più. Soprattutto, non capiterà mai più che diano le autorizzazioni a un altro pinco pallino musicante, nemmeno se si chiama Roger e porta le acque del sapere nel suo cognome.

La musica è del popolo, non di una élite!

Vero, ma fino a un certo punto. E l’oligarca delle onde sonore accontenta il popolo pubblicando il concerto-storico-scandalo in DVD, Blu-Ray, CD e persino con una proiezione cinematografica (e no, non è costata molto di più di un qualsiasi altro spettacolo in prima visione).

Un reperto archeologico di inestimabile importanza. Pompei così come Gilmour, panciuto, con l’occhio gonfio e una barbetta canuta che va a sostituire la criniera dell’ei fu 30enne sotto effetto di acidi che lì, negli anni ’70, si piazzò assieme ai Pink Floyd per una performance live davanti alla polvere e al nulla cosmico (ricordate: il “Live at Pompeii” originale NON FU un concerto, ma una performance live. Cogliete la differenza, please).

Qui siamo dinanzi a un simpatico vegliardo della musica, che ancora ama suonare la chitarra, comporre, arrangiare ed esibirsi per piacere edonistico oltre che artistico. Non c’è nulla di male a essere edonisti, un po’ egocentrici e autoreferenziali, altrimenti non arriveresti ad avere 71 anni ed essere ancora reclamato, acclamato e desiderato in tutto il mondo, da tutto il mondo.

Il tempo passa, la classe rimane

Così come le rovine pompeiane hanno resistito al tempo, nonostante il tempo, così David Gilmour riesce nell’impresa di riproporre emozioni senza tempo, nonostante il tempo. Laddove non arriva più la sensibilità del polpastrello, ci pensa l’immaginazione e la tecnologia, ma la magia rimane intatta, nonostante si capisca il trucco. Dopotutto, Pompei ha necessitato e continua a necessitare restauri, ritocchi, aiuti, eppure il suo fascino non ne risente, anzi ne esce in qualche modo rafforzata, rinvigorita, in grado di essere presente ancora oggi davanti ai nostri occhi. Un po’ come l’opera gilmouriana. Un po’ come Gilmour stesso.

L’emozione, i colori, l’imbrunire che lascia il posto al rossore dell’illuminazione, di quel cerchio che sovrasta il palco e da cui provengono immagini, il lato lucente di una luna di cui è simulacro. Ruffiano? Certo. Emozionante? Assolutamente. Non è neppure questione di essere pro Gilmour o anti Waters, artisticamente parlando. È questione di rimanere ammaliati da ciò che si osserva, da ciò che si ascolta, da ciò che inonda i nostri occhi, da ciò che s’insinua nei nostri canali auricolari.

Edonista, autoreferenziale, manierista a suo modo.

David Gilmour a Pompei è stato questo, vuole far percepire questo per accentuare ancora di più lo stupore: come può emozionare nonostante tutto ciò? Perché essere edonisti è amarsi, ma se hai anche una sensibilità artistica riesci a trasmettere anche all’estraneo questo tuo amare te stesso e ciò che realizzi.

Gilmour come Pompei. Risplende di luce proveniente dal passato, uno scintillio che inebria ancor oggi. Con qualche trucco, con qualche buona idea recente, con molta nostalgia e con tanta emozione. Nonostante tutto, nonostante il tempo.

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