Bentornati a Perle ai Porci. Vi era mancato il buon vecchio Andrea che vi rompe le balìn con un po’ di consigli musicali? Eccoci qui, di nuovo. Torna Perle ai Porci, tornano le perle, e che perle. Partiamo col titanio in corpo, col metallo nelle vene. Niente giri di parole. Metallica. Una band che nel 1980 era composta da ragazzini a mala pena maggiorenni e che si è trovata, tra il 1982 e il 1986, a macinare dischi allucinanti.

Kill Em All“, per esempio.

Primo disco della band di San Francisco, è importantissimo per la scena. Immaginatevi degli sbarbatelli coi capelli lunghi e carichi di lattine di birra da 35 cent, ma con un estro allucinante. Soprattutto, con una vagonata di riff velocissimi, roba che all’epoca non avevi mai sentito, se non nell’underground o dai Mercyful Fate, dagli Slayer; i Judas Priest erano usciti con “British Steel” e divennero punto di riferimento per queste nuove band. Gli Exodus e i Venom erano giovani ma già idolatrati, ma nell’underground.

Ricordate: Metallica, Slayer e via discorrendo… sono nomi che all’epoca erano letteralmente agli albori, nessuno li conosceva. Gli Slayer inizialmente avevano in repertorio cover di Iron Maiden, Black Sabbath, Judas Priest e Venom. Successivamente verranno identificati per velocità e aggressività diverse, ma in quei giorni stavano tutti muovendo i primi passi, non c’era ancora la distinzione “netta” tra Thrash, Death, Heavy eccetera. Era musica “dura”, più dura di quella dei Maiden che allora, almeno in Europa, veniva ufficialmente definita Heavy Metal.

I Metallica nel 1985

“Kill Em All”, 1983. Disco importante. Immaturo per certi versi, con un suono che grezzo è dir poco. Con delle perle bestiali al suo interno (“Seek and Destroy”, la cover dei Diamond Head “I Am Evil?”, “The Four Horsemen”). Acclamato da moltissimi, criticato da alcuni “esperti” che all’epoca dissero “Ma dove vogliono andare questi Metallica? Tempo un paio d’anni e nessuno sentirà più il loro nome”. Ah, che bello vedere lontano… La mano di Dave Mustaine, tra l’altro, si sente particolarmente in quest’album. Parecchio. Peccato che poco dopo verrà cacciato a zampate nel deretano, ma ha fondato i Megadeth, quindi…

Cavalcando il fulmine

Un paio d’anni dopo, il 27 settembre, pubblicano “Ride The Lightning”. Che vede lo zampino (semplificato, ma questa volta comunque accreditato) di Mustaine in un paio di tracce. Un disco dal suono tagliente, grezzo, eppure dannatamente potente, possente. Un macigno scagliato da un gigante contro un palazzo di cartapesta.

Se “Master of Puppets”, un anno dopo, ha segnato la consacrazione della band di San Francisco, “Ride The Lightning” ha avuto l’incredibile pregio di modellarne, fissarne e garantire la struttura alla base. Personalmente, per certi versi, lo reputo addirittura superiore a Master of Puppets. Si percepisce quello spirito di voler dare il massimo pur avendo ancora del margine per migliorare, è una continua mazzata sui denti. Gli episodi più famosi come “Fade To Black” mostrano la capacità di passare a momenti calmi e melanconici a sfuriate incredibili con naturalezza ed efficacia pazzesche.

Sì, i Maiden lo avevano già dimostrato con “Revelation” in “Peace of Mind” nel 1983, in “Children of The Damned “in “The Number of The Beast” nel 1982, ma qui è diverso. Tutto è estremizzato, è a un livello non superiore, ma diverso. La chitarra acustica, il cantato cantilenato che poi esplode con distorsioni e batteria pestate come mai prima. È una formula già esistente, ma con un’armatura completamente nuova.

I singoli per il tutto

L’apporto di Cliff Burton è fondamentale in più di un’occasione, tra cui “For Whom The Bell Tolls” e “Call of Ktullu”, uno dei brani strumentali più belli, più orgasmici, più vicini alla perfezione per il sottoscritto.

Tutto “Ride The Lightning” viaggia a velocità inaudite, roba che, ripeto, all’epoca rasentava la rivoluzione. Non perché i Metallica siano stati i primi ad adottare scelte e velocità particolari, ma perché sono stati loro a sdoganarli a un pubblico sempre maggiore a una velocità fotonica. In meno di tre album sono passati da idoli dei locali a main event di festival da 80.000, 100.000 persone. Con un genere comunque tutt’altro che facilmente digeribile.

Ma il fattore WOW ha dato una grande spinta, unito ovviamente a una capacità compositiva non indifferente.

Capite ora il fattore WOW?
Ma come è nato “Ride The Lighning”?

Per dirvela molto grezzamente, alcune cose, se non ci fosse stato Dave Mustaine, non sarebbero nate. La già citata “The Call of Ktulu” ha fraseggi pensati da Mustaine e poi leggermente cambiati, stessa cosa dicasi per la title track. Apporti piuttosto importanti, se Hatfield e Ulrich hanno poi deciso di menzionarlo tra i credits. In generale, è da quest’album che inizia a cimentarsi davvero la struttura Metallica. Ricordo ancora che “Kill Em All” è un grande disco di debutto, ma non rifinito e con un Mustaine-style notabile. “Ride The Lighning” ha una vocazione sensibilmente diversa: Hammet e Burton sono più coesi, hanno peso maggiore, soprattutto l’ex allievo di Satriani.

“Ride The Lighning” viene registrato non negli Stati Uniti, ma a Copenaghen, in Danimarca. Se l’album di debutto è stato registrato in due settimane, questo capolavoro è stato registrato in tre settimane. Le sessioni in studio partono il 24 febbraio 1984. Dietro il mixer siede Flemming Ramussen. È un nome fondamentale per la band all’epoca, per vari motivi. Il primo è che ha insegnato a Lars Ulrich le basi fondamentali del mantenere il tempo con la batteria.

Sembra una barzelletta, o una delle solite cattiverie nei confronti di Lars, ma è andata così: lui aveva la tendenza di andare più veloce a causa della foga, anche in studio. È poco prima delle registrazioni di “Ride The Lighnting” che impara a controllarsi. Incredibile, vero?

Così come incredibile sia l’apporto di Cliff Burton non solo sui nastri di registrazione, ma anche nella testa dei suoi compagni d’avventura. Cliff diventa insegnante di basi teoriche di musica per Lars, James e Kirk. Sembra assurdo, ma è tutto dannatamente vero.

E si sente, si percepisce: ascolti ride the lightning, e vieni preso a cazzotti in maniera non casuale, ma in punti ben precisi da colpi ben assestati. Se “Kill Em All” è la furia di una mitragliatrice impazzita, “Ride The Lightning” è un plotone militare disciplinato e letale.

Ascolta il la puntata del podcast “Perle Ai Porci” dedicata ai Metallica

È un disco che ripaga ampiamente di tutte le disavventure che i Metallica hanno avuto: pochi soldi, nessun hotel in cui stare. Dormivano durante il giorno nei locali dello studio e registravano di notte. Subirono il furto di parte dell’attrezzatura tre settimane prima di arrivare a Copenaghen.

Altra piccola curiosità: prima delle registrazioni ufficiali, i ‘Tallica provarono il materiale da loro composto nella sala prove dei Mercyful Fate. Tutto torna, no?

a cura di
Andrea Mariano

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