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Bryan Adams, “So Happy It Hurts”. Dal Canada va tutto bene

bryan adams 2022
Bryan Adams, “So Happy It Hurts”. Dal Canada va tutto bene

Un album immobile nel tempo, ma come un mobile di pregio, basta una spolverata per fare la sua porca figura anche in mezzo allo strapotere di proposte più moderne. A conti fatti, il ritorno del canadese è una sicurezza.

Caro Bryan Adams, sei così felice che fa male. Devi aver pensato così quando per due volte hai contratto il Coronavirus e stavi comunque abbastanza bene (per fortuna tua e nostra). Devi aver pensato così in questi due anni di chiusura-riapertura-no-aspettate-un-attimo-forse-ci-siamo-anzi no-ok proviamo-facciamo-gesti-apotropaici. Due anni in cui hai raccolto idee e riff, parole e nastri file registrati.

Tra uno scatto e l’altro (per chi ancora non lo sapesse, è un ottimo fotografo prestato alla musica), tra una chiamata per firmare il Calendario Pirelli e una mostra fotografica, il nostro caro canadese ha trovato il tempo di pubblicare anche “So Happy It Hurts”, un disco che rientra in tutto ciò che puoi aspettarti da un tizio che continua a essere sulla cresta dell’onda della rispettabilità da quarant’anni o giù di lì.

Dai, di’ “Cheese

Bryan deve essersi divertito, o quantomeno sfogato, nel realizzare “So Happy It Hurts”. Lo avevamo intuito dai singoli, in particolare dalla divertente ed energica “Kick Ass”. L’ultimo album del canadese è un compendio del suo stile che non si sposta di una virgola da quel pop-rock che l’ha reso celebre e che lo rende ancora felice di attraversare la porta della sala prove e dei palazzetti di mezzo mondo.

La prima tripletta del disco accoglie il fan di vecchia data come un vecchio plaid un po’ rattoppato ma sempre caldo e avvolgente. La title track è rock da radio e finestrini abbassati, come se fossimo nostalgici degli anni ’80 nel 1995; sulla stessa scia “Never Gonna Rain”, fino ad arrivare al classico ballatone con “You Lift Me Up”.

Il colpo che non t’aspetti è dato da “I’ve Been Looking For You”, 100% country. Così, de botto (cit.). Ma è un unicum che diverte, una parentesi che esce dal seminato eppure si integra bene col resto, al contrario di altri esperimenti di altri colleghi (vero, caro Eddie?). Un bel brano trascinante, divertente da ascoltare, che non ti induce a premer il tasto “skip”.

“Bella fra, ma come suona ‘sto coso che gira in quella roba strana che hai in studio?” “Intanto si chiama ‘Lettore CD’… Cafone.”

Come ampiamente anticipato, “So Happy It Hurts” farà la felicità dei fan di vecchia data di Bryan Adams. Non ci si sposta di mezzo metro da quelli che sono gli stilemi cui ci ha (e si è) abituato, suona antico ma non anacronistico. Un rock leggero vecchio stampo, realizzato da chi sa fare quello e che punta a fartelo pesare, ma col sorriso (o col ghigno, a seconda delle prospettive).

Il fotografo prestato alla musica colpisce nel segno con un come back non indispensabile, ma molto, molto godibile. Questo è molto meno scontato di quanto si possa credere.

a cura di
Andrea Mariano

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