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“Oro” e l’universo post-rock di Lazzaro

Lazzaro è un nome nuovo che non scorderemo facilmente: è sbarcato da un universo post-rock che pare tingersi volentieri di tinte scure, di un’elettronica dark che ben restituisce all’ascoltatore la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di diverso dalla solita proposta del fine settimana. Abbiamo deciso di fargli qualche domanda in occasione dell’uscita del suo secondo singolo, “Oro”.

Lazzaro, è la prima volta che abbiamo il piacere di intervistarti qui ma ti avvertiamo che non sarà l’ultima, la tua musica ci ha dato un bello schiaffo fin dal primo play e abbiamo la percezione che questo sia solo l’inizio. Allora, presentati ai nostri lettori: chi è Lazzaro?

Grazie per l’interesse e per la fiducia, spero che l’album in uscita possa essere un buon punto di partenza. Ho 25 anni, vengo da Lamporecchio, in provincia di Pistoia (Toscana), e ho scritto un disco negli ultimi tre anni. Avevo appena abbandonato gli studi e non ero sicuro di cosa sarei diventato da grande: mi sentivo ancora una staminale parecchio confusa. Lazzaro, il giusto nome per le intenzioni che stanno dietro a tutto questo lavoro, nasce quando mi sono reso conto che scrivere canzoni iniziava ad essere una di quelle belle ossessioni, per necessità e per gusto.

Hai pubblicato fin qui due singoli, nel giro di una manciata di settimane… Come ti sembra il mondo dellemergenza musicale, ora che stai cominciando a viverlo anche tu?

C’è tanta bella roba in giro, ma il mercato musicale e le sue dinamiche mi sono ancora piuttosto oscure. Per quello che vedo mi sembra una gabbia di matti! Scherzo eh, ma fino ad un certo punto, perché come me ci sono tanti ragazzi e ragazze che ci credono e lo fanno con passione, dedizione e serietà. Ma nonostante tutto i locali hanno le bollette da pagare, Spotify ti dà le briciole e, se davvero è così importante entrare in playlist, tanto ci entra sempre “quello di XFactor”. Magari mi sbaglio, ma mi sembra tutto piuttosto elitario. Per fortuna questo esordio mi ha portato a conoscere un sacco di persone che lo fanno per pura passione, a prescindere dalla posa richiesta e che viene imposta fin dai primi passi: una vera e propria resistenza artistica e musicale.

“Fears”, il tuo primo lavoro, aveva già fatto intuire una certa passione per la dark wave, o comunque per un linguaggio elettronico dalle tinte profondamente scure… Anche in “Oro” mantieni la stessa direzione, ma lo fai con un piglio che pare più compassato, e forse persino più melodico. Ci racconti come nasce il brano?

Oro nasce letteralmente da quei campanellini che si sentono all’inizio della strofa, sui quali ho iniziato a scrivere i primi lamenti: parto da una paura, la stessa che mi ha portato a scrivere, verso un mostro di mondo che ti vende tutto come un’opportunità da non perdere. Fino a qualche anno fa cercavo ancora il mio posto e avevo bisogno anche di perdere qualche opportunità e di prendermi del tempo per riflettere, ma il mondo cercava camerieri, non cantautori confusi. Alla fine il brano può essere spiegato come uno sfogo con la cassa dritta.

“Non è tutto oro ciò che luccica” sembra essere il sottotesto di un brano che parla, ovviamente, di desiderio. Oggi siamo tutti presi a rincorrere chimere che poi ci spariscono fra le mani: qual è il luccichio che oggi ti fa più paura? La chimera, insomma, che credi potrebbe portarci a perderci?

Di chimere ne nascono di nuove ogni giorno, forse quella che mi più mi fa paura è il “Credi in te stesso”. Sono sicuro che ci sono mali peggiori, ma questa visione ottimistica e meritocratica della vita mi sa tanto di falso mito americano. Mi sembra un modo piuttosto subdolo di venderci il futuro, perché fa leva sulla speranza. Sono convinto che senza impegno non si ha nemmeno fortuna, ma credo anche che questo non sia il metro di giudizio con cui questo mondo ci permette di prendere il nostro posto. Quello spazio che vogliamo conquistare sembra quasi sia già stato affidato ad una richiesta che deve essere semplicemente soddisfatta, quindi l’impegno diventa davvero utile alla causa solo quando questa coincide con la domanda. Troppo pessimista?

Nella tua musica, emerge un crossover di influenze che sembrano attingere da più fonti: c’è il cantautorato, ma c’è anche il rock vecchia scuola e la synth wave più Ottanta, quella che guarda ai Joy Division e ai The Cure… Ci racconti qual è la musica con la quale sei cresciuto?

In realtà in casa mia non c’è mai stata molta musica, ricordo che mio padre era in fissa con Vasco Rossi e Marco Masini (con Masini tiravo dei pianti infiniti). Qualche casa più in là però abitava mio cugino che mi allungava ascolti di ogni tipo, dai Nirvana a Gino Paoli. Un brano che ricordo con particolare affetto è “Monkey Ranch”, perché una decina d’anni fa volevo perdere peso e con quel pezzo nelle cuffie ho corso per tantissimi chilometri. Sul ritornello ricordo che facevo uno scatto da centometrista: mi sentivo velocissimo. Dopo una scorpacciata di dischi e generi musicali avrò fatto una sintesi di quello che mi piaceva, ritrovandomi in mezzo tra il rock e il cantautorato, fra la necessità di urlare e quella di scrivere due parole.

Consigliaci tre artisti emergenti che dobbiamo a tutti i costi conoscere.

Boetti – Amico di vecchia data e ad oggi anche uno dei miei cantautori preferiti.

Elemento Umano – qui rischio di non essere oggettivo, ma sticazzi! Ci siamo conosciuti tre anni fa e da allora abbiamo sempre collaborato. È uno dei pochi emergenti che conosco che sa scrivere di sé senza pose.

MT/solo – Da quando li ho sentiti mi sono piaciuti subito, dalla scrittura alla composizione, tutto molto bello. Se vi va di galleggiare un po’, vi consiglio di andare ad ascoltarli appena avrete l’occasione.

Grazie per il tuo tempo, Lazzaro. Ci risentiamo presto, vero?

Il tempo di ingrassare un po’ e di sistemare le ultime cose per il live. Con il nuovo anno si ricomincia con i concerti ma prima uscirà il disco; quindi, seguitemi sui social per restare connessi, perché ci sono ancora un sacco di cose da dirci.

A cura di
Redazione

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