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GeneriAmo – Un genere, cinque dischi: il punk rock

La nostra rubrica sui generi musicali che più amiamo oggi parla del punk rock. Tra rivoluzione e provocazione, andiamo a scoprire i 5 album più importanti della scena musicale

Diversamente da quanto si pensi, il termine punk non è nato negli anni ’70, ma molto prima. Già dal 1500 si trovano testimonianze dell’utilizzo del termine con diversi significati: da “puttana” a “senza valore”, fino a “marcio”, “stupido”, e “teppista”.

Insomma, sin dalle sue origini, il termine punk è sempre stato associato a qualcosa che per la società avesse una connotazione negativa.

Con l’arrivo del ‘900, il termine punk venne collegato al mondo musicale, senza scostarsi mai dall’accezione delinquente e sbagliata. La stampa e i giornali puntavano il dito su chiunque provava a “deviare” questa bilancia sociale fatta di regole e censure. Come potevano quindi, non finire nel mirino pure i grandi nomi della musica? Da Elvis Presley ai Beatles, fino a Bob Dylan, erano visti dagli occhi di molti come dei punk.

E alla fine arrivarono gli anni ’70

Voglia di ribellione, voglia di rompere e distruggere, scardinare quello che fino a quel momento ha avuto una definizione. Sentimenti conosciuti, vissuti e desiderati negli anni, che cavalcano l’onda per la prima volta negli anni ’70. New York e Londra sono le due culle, dove un’intera generazione ha deciso di buttare giù il muro del perbenismo, della disciplina e della routine quotidiana.

Gli anni ’70 sono gli anni della creatività artistica, gli anni di Hollywood, che si incorona mecca del cinema. Ma sono anche gli anni della crisi economica, dell’ansia che affligge i giovani, che non riescono a vedere un futuro floreo, come quello dei propri genitori.

Ed è in tutta questa angoscia e rabbia che vede esplodere tra i sobborghi londinesi e new yorkesi il punk rock. Stanchi del “peace and love”, e del sound pulito e lineare del beat e del garage rock, ora è il momento di suono rude, graffiante e sporco.

Scopriamo insieme i 5 album che hanno fatto la storia del punk rock.

Never Mind the Bollocks Here’s the Sex Pistols – The Sex Pistols (1977)

Primo e unico album della band che ha segnato l’albore del punk rock. Era il 1977 e quattro ragazzi sono diventati il simbolo di un’intera generazione. Johnny Rotten, Steve Jones, Paul Cook e Sid Vicious sono riusciti in 40 minuti a cambiare per sempre la musica. “Anarchy in the UK” e “God save The Queen” anticiparono l’uscita del disco, facendo però incazzare parecchio le autorità di quell’epoca. Infatti, il secondo singolo venne visto come un attacco alla monarchia e alla Regina, essendo uscito proprio in concomitanza con il Giubileo d’argento. “Never Mind The Bollocks, Here’s The Sex Pistols” venne censurato in Gran Bretagna per poi diventare disco d’oro in pochissimo tempo. Ad oggi è uno dei 100 migliori album di sempre.

Seppur abbiano avuto una carriera brevissima (nel 1978 la band si sciolse, Sid Vicious morì nel 1979 a soli 21 anni per overdose) i Sex Pistols hanno dato inizio al punk rock, e hanno influenzato la maggior parte dei gruppi a venire: dai Nirvana agli Oasis.

I am an anti-Christ

I am an anarchist, don’t know what I want but I know how to get it

I wanna destroy the passer by ‘cause I wanna be anarchy.

Anarchy in the UK
Ramones – Ramones (1976)

Se in Inghilterra è iniziato tutto dai Sex Pistols, in America a dettare l’inizio del punk rock sono i Ramones.

Cappelloni neri, chiodo di pelle e jeans stracciati. Eccoli tutti e 4: Joey, Dee Dee, Johnny e Tommy sono molto più di un paio di amici, sono dei fratelli, uniti dalla musica e dal punk.

Loro del punk ne fanno una missione, una crociata musicale: vogliono andare contro la musica rock del tempo, troppo sofisticata e pretenziosa. E lo fanno riprendendosi tutto il divertimento, la semplicità, l’immediatezza, senza troppi giri di parole.

Se c’è un significato profondo nelle canzoni dei Ramones? Forse sì, ma a chi importa. Con loro basta sapere che appena parte un “Hey Ho! Let’s go!” non puoi fare altro che urlare e pogare. Da oltre 40 anni “Blitzkrieg Bop” è l’inno per eccellenza del punk, una delle poche canzoni che davvero unisce e divertente di generazione in generazione. Il loro primo album non ebbe particolarmente successo, entrando poi nella storia della musica rock come uno dei più importanti dischi della storia.

Album che contiene pezzi come la già citata “Blitzkrieg Bop”, “Judy is a Punk” e “Now I wanna sniff some glue”, dei veri propri manifesti del punk.

I Ramones per 20 anni incidono album su album, fanno concerti in tutto il mondo fino al 1996, l’anno del loro scioglimento. Ad oggi, a portare avanti la memoria del gruppo è rimasto solo il batterista Marky Ramone, entrato nella band a fine degli anni 70.

Che dire, i Ramones hanno influenzato la maggior parte delle band esistenti oggi. Non hanno solo creato il punk, ma hanno proprio scritto un pezzo di storia.

Senza di loro, noi non saremmo qui.

Jackie is a punk Judy is a runt

They both went down to Berlin, joined the Ice Capades

And oh, I don’t know why Oh, I don’t know why

Perhaps they’ll die, oh yeah Perhaps they’ll die, oh yeah

Judy is a punk

The Clash – The Clash (1979)

Abbiamo parlato dei Sex Pistols e dei Ramones. Ora è il momento di loro, The Clash e il loro primo omonimo album.

Siamo nel 1977, e i Clash si fanno strada tra il successo dei Sex Pistols e il movimento punk che nasceva e si rinforzava sempre di più. I Clash rappresentano un punto di svolta nella musica punk. Se i Sex Pistols erano anarchici e grezzissimi, i Ramones invece volevano solo divertirsi, la band capitanata da Joe Strummer, voleva qualcosa di più. Denunciare, raccontare il mondo visto dal punto più basso della società.

Con canzoni come “Remote control”, “White Riot” e “London’s Burning” il punk divenne politica e denuncia sociale. Questa era la missione dei Clash. Con il loro primo album, i Clash si lanciano verso l’infinito. Non è un successo e neanche il migliore album della band britannica. Ma è dove tutto è iniziato e dove tutto continua, tra alti e bassi.

La breve ma intensa carriera (dal 1977 al 1986) si intreccia in uno “scontro” continuo. I Clash, come dice il loro nome, sono una continua collisione tra passato, presente e futuro. Hanno saputo andare oltre all’etichetta di punk. Loro erano molto di più di tre accordi suonati con ritmiche veloci e stridenti.

Hanno saputo con gli anni ad essere una band completa: che suona dal punk al rock’n’roll, al jazz al reggae. Rimanendo nella storia come “l’unica band che conta”.

Horses – Patti Smith (1975)

Si sa, appena si pensa al punk rock si pensa subito a band come quelle già citate sopra, band praticamente con la maggior parte di componenti maschili. Non molti sanno invece, che esistono cantanti, band al femminile che hanno contribuito a far diventare il punk rock un movimento importante per la storia contemporanea.

Una delle primissime è lei, la “sacerdotessa del punk”, la “poetessa del rock”, l’unica e inimitabile Patti Smith. A metà anni ’70 le artiste donne erano poche, prevalentemente pop e mainstream. Con l’uscita di “Horses” Patti Smith anticipò la rivoluzione del punk, facendo strada a una grande componente femminile. Dopo di lei, si fecero strada Blondie, le Hole, le Bikini Kill, e tante altre, facenti parte del movimento culturale e femminista delle riot grrrl, nato intorno agli anni ’80.

“Horses” è mix perfetto tra cultura underground e letteratura, perché la penna della Smith è l’arma più potente che ha dopo la sua voce. L’album testimonia l’urgenza che il punk ha di venire fuori, di raccontarsi ed esprimersi. Passa da canzoni brevi a delle opere di 9 minuti, come “Land”.

Sperimentare, creare, unire. Canzoni colte e arrabbiate il giusto per essere parte di uno dei più importanti manifesti della storia del rock.

Jesus died for somebody’s sins but not mine
Meltin’ in a pot of thieves
Wild card up my sleeve
Thick heart of stone
My sins my own
They belong to me, me

Dookie – Green Day

Facciamo un ultimo salto in avanti. Siamo nel 1994: un anno ricco di eventi che hanno segnato la storia. È l’anno della morte di Kurt Cobain, uno degli episodi più sconvolgenti del mondo della musica. Il grunge continua a vivere grazie a band come i Pearl Jam e i Soundgarden.

Il punk invece si evolve, rimane fedele ai 3 accordi suonati in 2 minuti e mezzo di canzoni. Ma diventa il pane della major: nasce il pop punk. Da genere inascoltabile, nel 1994 diventa la colonna sonora dei Millenials. Gli anni novanta sono gli anni dei Green Day e del loro primo disco “Dookie”.

“Dookie” diventa il disco più ascoltato dagli adolescenti di quegli anni, perché i Green Day riescono alla grande a rappresentare e raccontare al meglio la vita di un ragazzo strada. Con canzoni come “Basket Case”, “Longview”, “She” e “Welcome to Paradise” l’album rimane per mesi tra i primi posti nelle classifiche di tutto il mondo, segnando per sempre una generazione intera.

Dopo più di 25 anni, i Green Day continuano ad essere una delle band più influenti al mondo. Sì lo so, per i puristi del punk non sono classificabili come tali. Ma volente o nolente, i Green Day sono riusciti a mantenere salde la radici di un movimento nato 20 anni prima. Come tutte le cose evolvono, cambiano, ma le origini rimangono tali.

Senza di loro oggi non esisterebbero band come gli Offspring, Blink-182, Sum 41, Bad Religion e tante altre, regalando un po’ di animo punk rock al nuovo millennio.

Punk is NOT dead

Si sente dire spesso che il punk è morto. Le major, il consumismo, la globalizzazione sicuramente hanno affievolito quello che per gli anni ’70 erano gli ideali del tempo. Ma ad oltre 40 anni dalla sua nascita, il punk non ha mai smesso di vivere con noi.

Ha cambiato volto, ha cambiato modo di pensare, e forse anche di suonare. Come dice Billy Idol: “Il punk non morirà mai. È questione di attitudine”. Che tu abbia un chiodo di pelle con i Dr. Martens o una tuta da ginnastica, poco importa. Sì, perché finché ci sarà qualcuno in grado di rovesciare i cardini, andare contro le ingiustizie e differenziarsi da ciò che la società di oggi ci impone, l’animo del punk non può abbandonarci.

We’re still alive!

a cura di
Martina Giovanardi

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