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GeneriAmo – Un genere, cinque dischi: il rock italiano anni ’80

generiamo rock anni 80

La nostra rubrica sui generi musicali che amiamo oggi ci catapulta negli anni ’80, in quel periodo durante il quale il rock è visto ancora con diffidenza. Tuttavia, il fermento underground e qualche punta di successo nazional popolare riesce a farsi strada…

“Felicità, è un bicchiere di vino con un panino”. Ecco, gli anni ‘80 della musica italiana all’estero sono (anche) questo. Nei meandri dei sobboghi italici e in qualche sporadica apparizione televisiva, tuttavia, new wave, post punk e rock tentavano di farsi largo. Non panini e vino, ma scantinati e impianti fumanti.

Erano gli anni ’80, periodo in cui Firenze era una pentola a pressione ricca di fermento musicale, Bologna non da meno sfornava artisti promettenti, ribolliva d’underground hardcore e consolidava l’importanza del cantautorato presente nel resto d’Italia sempre più a macchia di leopardo. Milano sognava una scena rap agli albori. Un bel crogiolo di tante influenze anche molto diverse.

Insomma, sotto la patina un po’ demodè senza nemmeno una nuvola, c’era del fervore (e dell’umana fragranza) che scalpitava, che in maniera più o meno coesa si sosteneva e autoalimentava, e poi quelle tre, quattro mosche bianche che conquistano la ribalta pur non senza difficoltà.

Ecco dunque, cinque dischi rock italiani degli anni ’80 imprescindibili e da riscoprire. Ci sono degli “esclusi d’onore”: ci sarebbe tutto un discorso sull’underground con band come Disciplinatha, Vanadium, Gaznevada, Rain, Nabat. Questo, tuttavia, potrebbe essere un ulteriore spunto per un futuro approfondimento…

Litfiba – 17 Re (1986)

La vetta dell’estro, l’apice dei dissapori, il culmine che rasenta la perfezione. Pensare a una band in piedi da meno di sei anni e ancora prepotentemente underground e associarla a uno degli album più importanti del movimento new-wave/rock italiano, è impressionante. Se “Desaparecido” era un ottimo album new-wave ma con un sound già vecchiotto, con 17 Re i Litfiba fanno un balzo clamoroso: sperimentano tutto, dal rock (“Resta”) alle influenze arabe (“Oro Nero”), dalla comfort zone dark wave (“Come un dio”) a soluzioni che mai più si ripeteranno (“Tango”, “Cafè, Mexal e Rosita”, “Vendette”, “Ferito”). Merito di Gianni Maroccolo e della sua ostinazione, merito di un Pelù sempre ermetico nei testi ma ispirato come mai più sarà. Merito di una combinazione di elementi che, inevitabilmente, porterà qualche anno più tardi a una prima scissione della band.

Diaframma – Siberia (1985)

Altro capolavoro quasi contemporaneo a 17 Re. “Siberia” dei Diaframma è la summa dell’estro e della bravura del duo Sassolini-Fiumani. Un album compatto, coriaceo, punta di diamante di un’ondata new wave che volgeva al termine. Un meraviglioso caso di “finale indimenticabile” di una scena che stava già mutando. Come nel caso della band di Via de’ Bardi, anche il nucleo principale dei Diaframma subirà una devastante scissione. Le ripercussioni future saranno inevitabili, non tanto dal punto di vista della qualità artistica, quanto per certe scelte di stile e un cantato, quello di Fiumani, lontano anni luce dal liricismo di Sassolini.

Vasco Rossi – Va Bene, Va bene così (1984)

Inizialmente avevo scelto “Bollicine”, primo album di Vasco Rossi a raggiungere il milione di copie vendute e con all’interno brani come “Una canzone per te” e “Vita Spericolata. “Va Bene, Va bene così”, tuttavia, oltre a essere il primo album live dell’artista, è anche una sorta di primo compendio di successi. “Colpa d’Alfredo”, “Albachiara”, “Siamo solo noi”, “Fegato, fegato spappolato”, “Bollicine”, “Deviazioni” sono brani che hanno segnato in positivo la carriera di Vasco e che ne hanno decretato l’ascesa. Piaccia o meno, Vasco Rossi negli anni ’80 ha il merito di scalfire la corazzata di pop nazional-popolare.

Stadio – Stadio (1982)

Album o EP? Praticamente un EP rinforzato, ecco. Fatto sta che l’album d’esordio degli Stadio, oltre a contenere la piccola gemma di “Grande figlio di puttana”, ha “Un fiore per Hal”, un unicum nella discografia della band che è necessario riscoprire, con Ricki Portera e Lucio Dalla alla voce. Soluzioni smaccatamente “italiche” unite a un gusto per il rock che difficilmente si ritrova in quegli anni (a meno che non ti chiami Banco Del Mutuo Soccorso).

CCCP – Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi (1986)

Non puoi parlare di anni ’80 in Italia senza citare i CCCP, una delle band simbolo di un punk fatto in una certa maniera, estremamente politicizzato e al tempo stesso secoli distante da quello “patinato” di Clash o Ramones. Hanno fatto scuola senza volerlo, proprio per questo sono stati grandi maestri, al netto di dissidi interni che, tuttavia, hanno poi portato a capolavori come “Etica Etnica Pathos” del 1990 e della emanazione successiva nota come C.S.I. Può non piacere lo stile, può non piacere l’approccio, ma questo è uno degli album che devono essere ascoltati e compresi per una propria infarinatura di un certo tipo di movimento culturale e musicale italiano di quel periodo.

a cura di
Andrea Mariano

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